Italo Balbo, il governatore della Libia Italiana

Il 28 giugno 1940 la contraerea italiana abbatteva per errore l’aereo di Italo Balbo. Nei cieli di Tobruk finiva così tragicamente l’avventura di una delle maggiori personalità del fascismo, a lungo indicata come il successore naturale di Mussolini.

Se da un punto di vista strettamente politico il suo apporto al regime può considerarsi inferiore rispetto a quello di altri gerarchi, Balbo fu in grado come nessun altro di impersonare il mito dell'”uomo nuovo” fascista, forte e coraggioso, che vive pericolosamente, implacabile contro i nemici o gli ex amici (come dimostra la sua denuncia di Curzio Malaparte nel 1933 al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato) e inguaribile dongiovanni, anche dopo il suo matrimonio con la contessa Emanuela Florio.

Unico tra i gerarchi a ostentare familiarità con Mussolini perfino in pubblico gli dava del “tu” , indicato come “numero due” del fascismo (nel 1939 si parlò di lui come del “successore”) e membro della presunta “fronda” interna, in realtà Balbo non mise mai in discussione la leadership di Mussolini.

Per quanto ambizioso, intraprendente e anticonformista in certi suoi atteggiamenti, mantenne sempre devozione e fedeltà al fondatore dei Fasci di combattimento, rispetto al quale non elaborò mai nemmeno nei momenti di contrasto che pure vi furono una linea politica alternativa.

Il ruolo effettivo di Balbo, se inquadrato all’interno della storia del fascismo e dei rapporti tra Mussolini e i suoi gerarchi, emerge al di là della sua fama (grande anche all’estero), che ha talvolta contribuito a dilatare i contorni delle sue azioni, che si concretizzarono in settori tra loro molto diversi.

Squadrista e comandante della milizia, aviatore e ministro, leader ferrarese e nazionale, governatore coloniale e comandante in capo di un importante teatro di guerra, Balbo dimostrò grande talento organizzativo e propagandistico nel gestire la propria immagine pubblica (proprio nell’autocostruzione del mito risiederebbe la sua “modernità”, alimentata anche dall’uscita nel 1932 del suo Diario 1922 rivisto e corretto).

Un uomo politico complesso dunque, capace di sfruttare la propria “diversità” rispetto al grigiore che spesso caratterizzava i gerarchi, per assicurarsi un ruolo di assoluto rilievo al’interno del regime.

Pur privo di particolari doti di politico, Balbo combinò la propria affermazione tica con l’accettazione realistica di compromessi e dei rapporti di forza esistenti, soprattutto nel suo “feudo” di Ferrara, dove non mise mai in discussione il ruolo dominante degli agrari, proponendosi anzi come mediatore tra gli interessi di questi e il potere centrale.

Interventista: il mazziniano radicale e il fascista “opportunista”

Nato a Quartesana (Ferra 5 giugno 1896, ultimo di cinque figli di una famiglia colo-borghese (i genitori erano entrambi insegnanti elementari) trasferitasi in città, Balbo aderisce quattordicenne alla fallita spedizione di Ricciotti Garibaldi in Albania contro i turchi e nel 1911 si iscrive al Partito mazziniano italiano, l’ala intransigente e irredentista del movimento repubblicano.

Collabora ad alcuni fogli politici (la “Voce mazziniana” di Ravenna, la democratico-radicale “Provincia di Ferrara”, la sindacalista rivoluzionaria “La Raffica” animata dal futuro quadrumviro Mic Bianchi).

Assai incostante e indisciplinato negli studi volte respinto agli esami di licenza liceale, Balbo ammesso nel 1916 a frequentare la Scuola militare di Modena.

Iscrittosi alla massoneria, allo scoppio della guerra è accesamente interventista — si iscrive a Ferrara al fascio d’azione rivoluzionaria, dal ’17 Fascio di difesa nazionale — e a Milano incontra per la prima volta Mussolini, iniziando con un articolo su Guglielmo Oberdan saltuaria collaborazione con il “Popolo d’Italia”.

Arruolatosi volontario nel Corpo ciclisti nel 1915, raggiunge il fronte solo nell’aprile-maggio 1917 all’VIII reggimento alpini e assume — dopo una breve parentesi a Torino al deposito aeronautico per seguire un corso pilota — il comando del reparto d’assalto del battaglione alpino “Pieve di Cadore” che combatte sul Grappa.

Decorato con due medaglie d’argento e una di bronzo dopo la smobilitazione è a Firenze dove frequenta un corso universitario di Scienze sociali “Cesare Alfieri”, laureandosi in meno di due anni (1920) con una tesi pensiero economico e sociale di Giuseppe Mazzini.

Nel frattempo, nel 1919, ha fondato e diretto a Udine il timanale militare “L’Alpino”, schieratosi a favore del presa fiumana con toni accesamente “patriottici”, antisocialisti e antinittiani.

Alla fine del 1920 Balbo si dedica alla lotta politica ferrarese: non è un fascista “della prima ora”, e infatti subentra a Olao Gaggioli, fondatore nel ’19 del fascio ferrarese, alla segreteria politica del fascio locale solo nel febbraio 1921, “contrattando” con i dirigenti dell’Associazione agraria l’assunzione (ottiene lo stipendio mensile di 1500 lire e la promessa di un futuro impiego in banca) e mantenendo per breve tempo l’iscrizione anche al Partito repubblicano.

Il suo ingresso nel fascismo – fu oggetto di critiche per l’aspetto “carrieristico” dell’operazione – è frutto della decisione del Comitato centrale milanese dei fasci di sfruttare l’occasione offerta dalla grande forza antisocialista del blocco agrario della provincia.

La carriera di Balbo è in rapida ascesa, tanto che nel giugno 1921 è segretario politico anche della Federazione provinciale, nonché sostenitore dei sindacati “autonomi” della provincia, diretti da Edmondo Rossoni, che intendono sostituirsi alle leghe nella rappresentanza dei braccianti.

Promotore di un Ufficio terre del fascio (incaricato di distribuire in affitto o mezzadria i terreni messi a disposizione dagli agrari allo scopo di rompere il fronte bracciantile), Balbo si fa presto conoscere non tanto per la collaborazione al settimanale fascista “Balilla” sotto lo pseudonimo di “Fantasio”, quanto per le centinaia di azioni delle squadre fasciste da lui guidate con grande senso dell’organizzazione e della disciplina militare.

“RAS”: la mobilitazione dello squadrismo e la marcia su Ravenna

La squadra ferrarese, la nota Celibano — la prima in Italia a dotarsi della camicia nera come uniforme — agisce nelle campagne secondo un metodo di lotta coordinato, con un largo impiego di uomini e di camion, distruggendo o facendo sciogliere le amministrazioni locali e le organizzazioni politiche e sindacali socialiste (e poi cattoliche), grazie anche alla connivenza di polizia, questori, prefetti.

Allo scopo di creare intorno allo squadrismo un clima di “simpatia” e mobilitazione patriottica, Balbo organizza nella coreografica Ferrara grandi manifestazioni, come i funerali fascisti in pompa magna, fino a estendere il proprio raggio d’azione nell’intera regione: è del settembre 1921 la cosiddetta “marcia su Ravenna” (col pretesto del VI centenario dantesco e dell’anniversario dell’impresa fiumana) che vede la mobilitazione di 3000 uomini, considerata il primo esperimento di manovra di grandi gruppi inquadrati come reparti dell’esercito e una prova della “marcia” ben più famosa dell’anno successivo.

La spedizione di Ravenna arriva all’indomani dell’opposizione di Balbo al patto di pacificazione stipulato nell’agosto alla Camera dei deputati tra fascisti e socialisti e alla crisi interna del fascismo, che porterà (dopo il fallito tentativo dello stesso Balbo e di Grandi di convincere D’Annunzio a prendere le redini del movimento dopo le temporanee dimissioni di Mussolini) al congresso costitutivo del Partito nazionale fascista (Pnf) del novembre.

Qui Balbo, inizialmente contrario alla trasformazione e alla subordinazione dei sindacati al partito, finirà per accettare la nuova situazione e la carica di ispettore generale per la II zona (EmiliaRomagna, Mantovano, Marche, Veneto, Trentino, Istria e Zara) delle squadre di combattimento, dividendo col generale Gandolfo, con Perrone Compagni e Igliori i compiti di coordinare il movimento.

Pur affermatosi rapidamente a livello nazionale, Balbo mantiene saldamente la “presa” su Ferrara dove deve affrontare, alla fine del 1921 e nell’estate del 1922, due crisi interne al fascismo locale, risoltesi in un primo momento con l’accentramento nelle mani del segretario generale politico (lo stesso Balbo) di tutti i poteri decisionali a livello provinciale, e successivamente con la nomina di un direttorio provvisorio che espelle i fascisti dissidenti e affida a Rossoni l’organizzazione sindacale dei braccianti.

Quadrumviro: il comando della milizia e l’assassinio di Don Minzoni

Nel 1922 Balbo è ormai dei più noti capi dello squadrismo, il “tecnico militare del fascismo, come dimostra nelle varie spedizioni punitive, fra cui anche quella, fallimentare, contro il quartiere “rosso” popolare dell’Oltretorrente a Parma in agosto.

Incaricato nello stesso mese dal Comitato ce le del Pnf di indicare gli altri comandanti generali Milizia da affiancare a lui e a Bianchi — la scelta ric su De Vecchi e De Bono — riesce a superare le per sità di questi ultimi circa un’immediata attuazione marcia su Roma, proponendosi come il membro pi fluente del quadrumvirato insurrezionale.

Entrato di diritto, all’indomani dell’incarico di governo Mussolini, nel Gran Consiglio del fascismo, nel gen 1923 la nomina a comandante generale della neoc tuita Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (M sancisce il suo inserimento nella vita politica ai mai livelli (nel 1924 sarà eletto deputato) senza che qt. comporti un abbandono delle proprie origini squad.

Apparentemente in bilico tra le tendenze normaliz; ci di Mussolini e la sua naturale collocazione a fi: degli intransigenti, è ancora la zona del Ferrarese derlo coinvolto: dopo l’omicidio nel 1923 di don Minzoni, parroco di Argenta, l’anno successivo Balbo qui per diffamazione la “Voce repubblicana” che ha pu cato il memoriale del suo ex luogotenente a Ferrara trami, nel quale Balbo è indicato come il mandante politico e morale dell’omicidio: dal processo esce scor soprattutto a livello di prestigio, al punto da doven mettere nel dicembre 1924 dall’incarico di comand generale unico della Mvsn — incarico assunto appen

Dopo il conferimento, all’indomani del ritorno dalla trasvolata, del titolo di Maresciallo dell’aria, nel gennaio 1934 Balbo sostituisce Badoglio nella carica di governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica, che dalla fine dell’anno verranno fuse in un’unica colonia, la Libia.

Se questa nomina, pur prestigiosa, appare una “retrocessione” (anche allo stesso Balbo, che coglie qualunque occasione per “fuggire” col proprio aereo a Roma), in realtà rientra nella più generale rotazione dei gerarchi alle alte cariche del regime, attuata da Mussolini secondo criteri apparentemente casuali, che finiscono per esaltare l’inamovibilità del duce.

Le prospettive di espansione italiana in Africa rendono comunque importante il ruolo della colonia, specialmente dopo che i predecessori di Balbo (Volpi, ma soprattutto De Bono e Badoglio) hanno ormai concluso la riconquista della Tripolitania e della Cirenaica.

Governatore: il programma coloniale e la vigilia della guerra

L’azione di Balbo in Libia — caratterizzata anche dal lusso in cui vive insieme alla sua “corte” a Tripoli e dall’appellativo, oltre a quello di “Pizzo di ferro”, di “Lyautey italiano” in parallelo col fondatore del Marocco francese — si esplica a vari livelli: amministrativo, pubblicopropagandistico, culturale, economico.

Nel 1939 le quattro zone costiere — Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna — diventano altrettante province italiane della nuova regione libica: la “Quarta sponda”.

Balbo promuove inoltre la ristrutturazione urbanistica di Tripoli, lo sviluppo di un turismo elitario (con la costruzione di alberghi, l’organizzazione di convegni scientifici e religiosi, di premi letterari come il BaguttaTripoli, di raid aerei e automobilistici), di scavi archeologici nelle città romane di Leptis Magna e Sabratha, di ricerche minerarie.

Piuttosto incerta e paternalistica appare invece la sua politica di assimilazione verso le élite musulmane, le cui istituzioni e ambizioni vengono rilanciate: nel 1935 fondata a Tripoli una Scuola superiore islamica e ai Libici delle zone costiere viene promessa la cittadinanza italiana (ma il Gran Consiglio, ormai convertito ne all’ideologia antisemita e razziale, si limita nel ’39 a finire i libici “cittadini italiani speciali”).

Dopo la costruzione nel 1937 della Litoranea libica unisce Tunisia ed Egitto, viene lanciata la “coloni zione demografica intensiva”, curata dall’Ente per la lonizzazione della Libia e dall’Istituto nazionale fas di previdenza sociale (Infps), col programma di insediare in Libia 20.000 coloni italiani all’anno fino al 1941 in fattorie e villaggi dotati delle varie infrastrutture casa colonica, chiesa, scuola elementare, municipio ( casa del fascio e così via).

Un programma poco medi che se porta alla costruzione di 8 villaggi e 1800 p, ri che nel 1938 ospitano 1700 famiglie di coloni provenienti soprattutto dal Veneto e comunque dal Nord ha, già nel 1939 è ridimensionato dalle difficoltà di colonizzazione accelerata in zone ancora inadeguate dal punto di vista agricolo, tecnico, urbanistico.

Allo scoppio della guerra Balbo, che ha già manifestato nel Gran Consiglio la propria opposizione all’Asse Roma Berlino (frutto di un’avversione più generale alla Germania nonché di una “simpatia” per il mondo anglosassone), viene comunque nominato comandante superiore delle forze armate in Africa settentrionale e si trova pertanto alla guida di tutte le forze terrestri, aeree e navali stanziate in Libia, per lo più a scopo difensivo.

La morte: nessun complotto, ma solo’un tragico, evitabile errore

Dopo essersi visto respinto da Badoglio un piano di offensiva contro l’Egitto e indirettamente ridimensionato il proprio ruolo di esperto militare, il 28 giugno 1940, durante un volo di ricognizione, viene abbattuto per errore dalla contraerea italiana a Tobruk.

Due giorni dopo un aereo inglese lancia sul campo di Tobruk un messaggio di cordoglio del comondante della Raf Arthur Longmore: «The British Royal Air Force, expresses its sincere sympathy in the death of Marshal Balbo — a great leader and gallant aviator, personally known to me, whom fate have placed on the other side».

Le voci presto moltiplicatesi sulla sua morte circa un presunto complotto ordito da Mussolini, rivelatesi del tutto infondate, dimostrano comunque quanto fosse ancora presente l’immagine di un Balbo “frondista” e addirittura cospiratore contro il regime.

Egli stesso, lungi dallo smentire le voci spesso ricorrenti sul proprio conto, si compiaceva nel Diario di aver raggiunto una fama tale da vedersi attribuite varie macchinazioni politiche.

La presunta “dissidenza” era stata individuata in alcune posizioni, più o meno pubbliche, assunte nel corso degli anni dal gerarca ferrarese: oltre alle critiche mosse dal “Corriere padano” allo Stato corporativo e ai Patti lateranensi, negli anni Trenta Balbo aveva manifestato forti perplessità sulla condotta delle operazioni durante la guerra d’Etiopia (anche perché ne era rimasto ai margini) e sull’alleanza politico-militare con la Germania nazista; soprattutto, si era opposto in Gran Consiglio all’introduzione delle leggi razziali che andavano a colpire la comunità ebraica, nella quale aveva molti amici e collaboratori.

Ma abbiamo ricordato come la sua posizione di “fronda”, sempre più apparente che sostanziale, non avesse mai posto in seria discussione la sua fedeltà al duce e al regime. Al contrario, Balbo rispose con spirito di disciplina ed entusiasmo ai nuovi compiti di comando militare, pur in mezzo alle difficoltà derivanti dalla disorganizzazione delle truppe italiane e dalla più volte lamentata inadeguatezza degli equipaggiamenti.

E forse proprio in questa disorganizzazione si possono ricercare le cause della sua tragica fine nel cielo di Tobruk.

Italo Balbo: nel diario e nel giudizio dei contemporanei

A proposito dell’incarico di segretario politico del fascio di Ferrara nel febbraio 192 I: «Mi assunsi il compito di portare disciplina, gerarchia, responsabilità ai manipoli volanti che dovevano spezzare per sempre il terrore rosso» (dal Diario 1922, Milano 1932, p.10).

«Quando tornai dalla guerra (…] avevo in odio la politica e i politicanti, che a mio parere avevano tradito le speranze dei combattenti, riducendo a una pace vergognosa l’Italia e ad un’umiliazione sistematica gli italiani che mantenevano il culto degli eroi. Lottare, combattere, per ritornare al paese di Giolitti, che faceva mercato di ogni ideale. No. Meglio negare tutto, distruggere tutto, per tutto rinnovare dalle fondamenta E certo che, secondo me, senza Mussolini i tre quarti della gioventù italiana reduce dalle trincee sarebbero diventati bolscevichi: una rivoluzione a qualunque costo! Mussolini deviò il corso degli avvenimenti…» (ivi, p.6).

A proposito della mobilitazione della Milizia e della prospettiva insurrezionale scrive nell’agosto 1922: «Se ne respira l’aria. Per conto mio sono convinto che il momento decisivo non è lontano» (ivi, p. I44). «Nessuno strumento della civiltà moderna è più adatto dell’aeronautica ad affermare la civiltà e la potenza nei paesi più lontani; quando si dice che l’aviazione è la stessa civiltà non si fa della retorica; si afferma una realtà palmare» (“Corriere padano”, 24 dicembre 1931).

«Balbo è poco militare perché conosce superficialmente il servizio, non è di carattere molto fermo, è poco attivo, piuttosto impulsivo e parla troppo. II sottotenente Balbo può modificarsi per completarsi, ma ho l’impressione che abbia bisogno di continua guida e d’esser sempre consigliato» (uno dei suoi comandanti nel 1917, citato da Rochat, Italo Balbo aviatore e ministro dell’Aeronautica 19261933, Bovolenta, Ferrara 1980).

«Balbo? Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi» (Mussolini, dopo la sua morte).