Vlad “Tepes” l’impalatore, dalla storia al mito dei vampiri

Vlad III di Valacchia era stato insignito dell’Ordine del Drago (in valacco dracul, che significa anche “diavolo”).

C’è stato un caso in Canada nel 1992 ed è di quest’anno la notizia del rinvenimento negli Stati Uniti di nove cadaveri “vampirizzati” dagli accoliti di una delle tante sette che inquinano il Paese.

Di ben altra entità le prodezze della celebre contessa rumena Elisabeth Bathory, vissuta nel XVI secolo, che secondo prudenti stime pare abbia ucciso ben 610 persone (in prevalenza giovani vergini) per berne il sangue, convinta di assicurarsi così l’eterna giovinezza.

Scoperta, venne condannata a finire i suoi giorni murata viva nelle segrete del suo stesso castello a Chejthe.

Ma cosa può la morte contro i vampiri, i non-morti, appunto?

E qui comincia il mito, la superstizione, il fascino di una figura entrata da secoli a far parte dell’immaginario collettivo: il vampiro.

Ma procediamo per ordine.

All’inizio era Vlad III di Valacchia (1431-1476), nipote del principe Mircea il Vecchio e figlio di Vlad II, che per la particolare dedizione alla causa anti-turca era stato insignito dell’Ordine del Drago (in valacco dracul, che significa anche “diavolo”).

Ecco spiegata l’origine dell’appellativo col quale la nobile casata, e in particolare il nostro eroe, passerà dalla storia al mito.

Vlad aveva due fratelli, Mircea, il suo preferito, e Radu e insieme a loro frequentava le corti ungherese e tedesca.

Intanto studiava con i monaci ospitati nel palazzo di Tirgoviste.

Nel 1444, però, Vlad II venne fatto prigioniero dai Turchi e fu costretto a barattare la propria libertà con quella dei due figli Vlad e Radu, che vennero rinchiusi nella fortezza anatolica di Egrigoz.

Tre anni dopo, l’uccisione del padre e dell’amato Mircea ad opera dei Danesti, ramo della famiglia nemico dei Draculesti, spinsero il giovane principe a fuggire.

Una volta in Valacchia, egli si alleò con Iancu di Hunedoara col proposito di liberarsi una volta per tutte della minaccia turca e di riappropriarsi del trono (al momento in mano a Vladislav II).

Nel 1456 l’esercito cristiano si scontrò con quello di Maometto II e vinse, salvo poi venire annientato da un nemico ben più fatale: la peste.

La confusione era totale e Dracula ne approfittò per attaccare le schiere di Vladislav II e distruggerle.

La messa a morte di chiunque fosse stato anche lontanamente coinvolto nell’assassinio del padre e del fratello darà il via a una serie di efferatezze che, insieme alla particolare predilezione per il supplizio del palo, gli meriteranno il soprannome di Tepes, l’Impalatore.

Le sue imprese successive andranno dallo sterminio di interi villaggi all’impalamento di centinaia di sassoni, nemici interni al regno.

Intanto il principato di Valacchia, di nuovo in suo potere, diventava un Paese “modello”, dove regnava l’ordine e l’osservanza delle leggi, cosa del resto non difficile a credersi dato che bastava la minima inosservanza dei voleri del principe Vlad per trovarsi impalato sulla piazza principale.

Ma il suo bersaglio preferito rimarranno sempre i turchi.

Dall’inverno del 1461 si dedicherà, con alterne fortune, alla guerra contro gli eserciti della Mezzaluna, affrontando di nuovo la prigione e il compito di recuperare per la terza volta il perduto trono di Valacchia.

Le circostanze della sua morte (e non poteva essere altrimenti) sono oscure: un complotto, un’azione troppo pericolosa finita male, una vendetta…

Secondo la tradizione, il suo corpo fisico, trafitto da una lancia e poi decapitato, fu inumato nel monastero di Snagov.

Ma vi rimase?